“Quale corso universitario devo frequentare per accedere a questa o quella professione?”.
È una domanda che viene rivolta spesso ai nostri sportelli, ed è una domanda legittima. Talvolta, tuttavia, nasconde un’idea imprecisa del mondo delle professioni, secondo cui ad ogni professione corrisponderebbe un percorso universitario.
Il rischio di errore è duplice: da un lato, infatti, ci si illude che le professioni siano caselle vuote, statiche, da riempire grazie all’acquisizione di un titolo di studio; dall’altro, si pensa che tra università e lavoro esista un rapporto semplice e in qualche modo automatico.
E la proliferazione di corsi universitari offerti dai singoli atenei, dai nomi a volte anche bizzarri, può rafforzare queste idee.
La prima cosa che deve essere chiara è che tra università e mondo del lavoro il rapporto non è né così semplice, né così lineare.
L’università, per propria natura, è chiamata a fornire modelli e tecniche che riguardano un ambito, per quanto circoscritto, sempre molto ampio di applicazioni lavorative.
Il mondo del lavoro richiede saperi e competenze che vanno oltre gli apprendimenti accademici. Trasformare il sapere accademico in competenza per il lavoro è sempre un’operazione complessa che richiede l’intervento attivo e personale dello studente.
La seconda riflessione riguarda la dinamicità delle professioni. Queste nascono, si sviluppano, si trasformano ad una velocità molto alta. L’università ha il compito di fornire gli strumenti scientifici e culturali per governare tali trasformazioni, non di addestrare a questa o a quella professione.
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