Università e lavoro: per una lettura critica dei dati




La scelta di proseguire gli studi dopo il diploma rappresenta un’opzione sempre più diffusa tra le nuove generazioni e ciò vale anche per i giovani riminesi. Secondo l’Ufficio Statistica della Provincia di Rimini nell’anno accademico 2008-2009 il passaggio dal sistema dell’istruzione all’università ha interessato oltre i due terzi delle ragazze diplomate (67%), mentre tale quota risulta inferiore di dieci punti percentuali tra i coetanei maschi (57%). Il significativo investimento, in termini di tempo e denaro, richiesto dai percorsi accademici è innanzitutto motivato dalla convinzione che una laurea possa garantire un futuro professionale migliore. Sotto questo profilo, un’indagine ISTAT del 2007, evidenzia come nel periodo immediatamente successivo alla conclusione degli studi i laureati presentino un minore tasso di disoccupazione rispetto a chi ha un diploma di scuola superiore (12,9% contro 18,8%) e tale vantaggio sembra mantenersi negli anni successivi.

Quella appena riportata è solo una delle tante statistiche sul mondo universitario e sui destini occupazionali dei laureati che ormai da alcuni anni vengono diffuse sia dai media che dagli stessi atenei. Di fronte a questa ricca produzione di dati, a volte utilizzata in modo strumentale, può essere interessante fornire alcune indicazioni per orientarsi in modo critico nella loro lettura e di conseguenza offrire qualche elemento utile per una scelta così importante.



Gli abbandoni e i ritardi

Un primo aspetto da evidenziare riguarda il numero di coloro i quali abbandonano l’università o la concludono ben oltre i tempi regolari di corso, che continua ad essere elevato. Sempre dalla stessa indagine ISTAT emerge come gli abbandoni siano più frequenti per i corsi del gruppo geo-biologico (il 29,6% delle matricole si perde nel passaggio dal primo al secondo anno), scientifico (24,8%) e chimico-farmaceutico (24,7%), mentre risultano particolarmente ridotti nell’area medica (3,5%), psicologica (6,8%) e nei corsi di architettura (7%). Per quanto riguarda il problema della dispersione, vale a dire di quei giovani che lasciano la carriera accademica senza avere conseguito alcun titolo, la realtà italiana presenta una propria specificità. Il nostro Paese si distingue in ambito europeo per un tasso di disoccupazione giovanile particolarmente elevato, che finisce inevitabilmente per condizionare le scelte dei neo-diplomati. Purtroppo però, laddove la decisione di continuare gli studi è determinata principalmente dalla difficoltà di trovare un lavoro, l’università rischia di diventare un’area di parcheggio nella quale sostare in attesa di un’occasione migliore.

Oltre al problema degli abbandoni un’altra questione relativa alla carriera accademica riguarda il prolungamento del percorso di studi oltre i termini previsti. Su questo punto è necessario procedere con cautela prima di stigmatizzare la situazione di chi si trova “fuori corso” rispetto a quanti arrivano alla laurea rispettando i tempi regolari. Dall’indagine Almalaurea 2008 sulla condizione occupazionale dei laureati italiani emerge infatti un aspetto interessante. Circa un quarto di coloro che hanno conseguito una laurea triennale nel 2005, a distanza di tre anni continuano a svolgere lo stesso lavoro iniziato prima di laurearsi. Inoltre, l’incidenza di questi soggetti appare significativamente più alta nell’ambito di scienze motorie, scienze della formazione e psicologia. Questi dati evidenziano due elementi significativi. Innanzitutto, appare consistente il numero di giovani che sovrappongono con successo l’esperienza universitaria a quella professionale. In secondo luogo, se il prolungamento degli studi è motivato da un impegno lavorativo non occasionale e, soprattutto, coerente con l’indirizzo di studi scelto, il ritardo alla laurea non può certo considerarsi un ostacolo all’inserimento nel mondo del lavoro.

Tuttavia, la consistente presenza di studenti “fuori corso” è stato uno dei motivi che hanno portato alla riforma dei cicli universitari con l’introduzione dei diplomi di laurea triennali e delle lauree specialistiche/magistrali. La distinzione tra percorsi universitari lunghi (5 anni) o brevi (3 anni) è motivo di discussione circa l’esistenza di diseguaglianze in termini di opportunità professionali. Dalla rilevazione di Almalaurea appaiono effettivamente delle differenze che, a distanza di un anno dalla laurea, sono particolarmente elevate in alcuni ambiti. Ciò vale in modo particolare per il gruppo di ingegneria (dove la percentuale di occupati sale dal 30,2% con laurea triennale al 77,8% con specialistica), di architettura (dal 38,1% al 77,7%), in quello economico-statistico dal (43,4% al 73,1%) e linguistico (dal 44,7% al 65,8%). Per i giovani che si orientano verso queste aree disciplinari il conseguimento di una laurea specialistica/magistrale sembra incrementare notevolmente le opportunità di inserimento professionale nel breve periodo.



Ma la laurea non è uguale per tutti…

Insieme alla durata esistono altri fattori che dovrebbero essere presi in considerazione nel valutare la maggiore o minore probabilità di alcuni titoli per accedere al mondo del lavoro.

Un primo aspetto da considerare riguarda il genere, dal momento che, anche fra laureati dello stesso gruppo disciplinare, esistono differenze significative fra donne e uomini nelle percentuali di occupati. Secondo l’indagine Almalaurea, tali differenze risultano particolarmente evidenti in alcuni settori e nel breve periodo, ma sembrano ridursi nel corso del tempo. A distanza di un anno dalla laurea triennale si rileva, ad esempio, come il 56,7% dei maschi laureati nell’area psicologica stia lavorando rispetto al 36,5% delle colleghe femmine. Importanti diseguaglianze nella quota di occupati emergono anche all’interno del gruppo agrario (51,6% tra i maschi rispetto al 38,8% tra le femmine), pedagogico (77,2% contro 61,7%) e scientifico (48,8% contro 34,1%).

Gli squilibri nello sviluppo socioeconomico italiano rendono particolarmente rilevante la dimensione territoriale. Tale divario si riflette nelle opportunità di impiego, penalizzando sistematicamente i neo-laureati residenti nelle regioni meridionali rispetto ai loro colleghi del Centro-Nord. Sempre ad un anno dalla laurea breve le differenze maggiori nella quota di occupati interessano l’area pedagogica (80,4% tra i residenti al Nord rispetto al 44% tra i giovani meridionali), quella di scienze motorie (80,5% contro 53,2%), linguistica (53,9% contro 31,7%) e politico-sociale (59,7% contro 38,8%).

Inoltre, all’interno di alcuni gruppi disciplinari si rilevano differenze molto significative nella quota di occupati riconducibili alla sede universitaria dove il titolo è stato conseguito, come emerge dall’indagine ISTAT citata in precedenza e condotta sui laureati in corsi triennali a tre anni dalla fine. Ad esempio, nel gruppo disciplinare economico-statistico la quota di occupati presso l’Università Milano-Bicocca è dell’84%, mentre all’Università Tor Vergata di Roma scende al 52,8%, nel gruppo di architettura passa dal 90,6% dell’Università di Genova al 50% di Pisa, nel gruppo scientifico dal 73,7% dell’Università di Verona al 29,4% di Siena.

Per valutare gli effetti in termini occupazionali di un titolo universitario è senza dubbio importante quantificare il numero di coloro che lavorano dopo gli studi, ma insieme a questi dati è forse utile avere altre informazioni sulla qualità del lavoro. A tale proposito il consorzio Almalaurea ha creato un indicatore di efficacia della laurea che combina la richiesta del titolo per il lavoro svolto e il livello di utilizzazione delle competenze apprese all’università. Tra le lauree specialistiche, ad un anno dalla conclusione, quelle con risultati migliori su questo indicatore sono quelle di architettura, ingegneria e del gruppo economico-statistico, mentre i livelli più bassi di efficacia sono percepiti dai laureati nelle discipline letterarie, psicologiche e politico-sociali.

Insieme alla coerenza dell’impiego con gli studi realizzati, un altro aspetto rilevante concerne la forma che l’attività lavorativa assume. Sotto questo profilo un dato significativo può essere ricavato osservando la situazione a distanza di cinque anni dalla conclusione, informazione disponibile solo per i laureati pre-riforma. Il lavoro autonomo è molto rilevante per l’area medica (46,7%), giuridica (46,5%) e di architettura (57,5%); il contratto a tempo indeterminato prevale nettamente nel gruppo economico-statistico (62%), chimico-farmaceutico (68,9%) e di ingegneria (66,5%); mentre i contratti a termine contraddistinguono le carriere lavorative nell’area disciplinare di educazione fisica (53,7%), del gruppo letterario (51,3%) e geo-biologico (45%).

Preso atto della complessità sottesa alle statistiche sull’argomento, si possono comunque indicare dei percorsi che offrono attualmente maggiori probabilità di un inserimento professionale continuativo. È ancora l’indagine ISTAT del 2007 a fornire indicazioni interessanti, considerando insieme condizione occupazionale e modalità contrattuale a tre anni dalla laurea. Relativamente ai corsi brevi la quota più alta di giovani con un impiego stabile riguarda i laureati in scienze infermieristiche e ostetricia (72,4%), scienze e tecnologie farmaceutiche (67,3%), informatiche (66,4%), scienze della mediazione linguistica (62,4%) e in disegno industriale (61%). Per quanto concerne le lauree specialistiche, l’incidenza maggiore di persone che lavorano in modo continuativo si rileva nel gruppo di ingegneria (88,9% tra gli ingegneri meccanici, 88,1% per ingegneria della telecomunicazioni e 84,9% per quella chimica), seguita dal corso di farmacia (82,5%), economia aziendale (76,3%) e odontoiatria (75,4%).



La richiesta di laureati in provincia di Rimini

Per completare il quadro sulle opportunità professionali legate alla formazione universitaria può essere interessante fornire qualche indicazione sulla domanda di manodopera laureata nel mercato del lavoro provinciale. La fonte di queste informazioni è l’indagine Excelsior svolta annualmente da Unioncamere interpellando un campione di imprese sulle previsioni di assunzione per l’anno seguente. I risultati non sono molto incoraggianti per chi possiede un titolo universitario, dal momento che, tra le nuove assunzioni ‘non stagionali’ previste per il 2009, circa una su dieci dovrebbe riguardare personale laureato. Si tratta di una quota in aumento rispetto agli anni precedenti, ma ancora inferiore al dato medio nazionale (12% circa) e soprattutto inadeguata in relazione all’offerta crescente di manodopera con elevata scolarizzazione.

Nello specifico i settori dove è maggiore la domanda di laureati sono i servizi alle persone e alle imprese (21,6%) e le industrie metallifere, chimiche ed energetiche (25,7%); mentre gli indirizzi di studio più richiesti sono quelli linguistico ed economico. Sotto questo profilo, è importante avere la consapevolezza che alcune carriere professionali sono difficilmente percorribili rimanendo all’interno del contesto locale e quindi la disponibilità a trasferirsi può diventare una risorsa fondamentale da aggiungere alla formazione universitaria.



In conclusione, è possibile tirare le fila del nostro ragionamento evidenziando sinteticamente alcuni punti critici. Innanzitutto, il destino occupazionale dei laureati rappresenta un fenomeno complesso e le indagini che presentano dati in proposito andrebbero sempre lette con molta attenzione, cercando il più possibile di approfondire il livello di analisi. In secondo luogo, l’equazione da risolvere per arrivare ad un impiego soddisfacente contiene diverse incognite che non sono riconducibili alle sole conoscenze apprese durante l’università. Entrano in gioco, infatti, variabili sociali e personali che condizionano tanto la fase di transizione dallo studio al lavoro, quanto i successivi sviluppi della carriera professionale.

In ogni caso la scelta universitaria dovrebbe essere una decisione consapevole, poiché qualunque percorso di studi richiede un impegno e un livello di motivazione senza i quali la frequenza accademica può diventare un’esperienza povera di soddisfazioni.