La recente crisi economica ha indubbiamente rappresentato un fenomeno senza precedenti che, oltre a costituire un colpo enorme per la popolazione attiva, colpita dalla perdita di milioni di posti di lavoro in Europa, ha evidenziato carenze sostanziali nel sistema dell’economia attuale.
Il crollo dei sistemi finanziari e produttivi, oltre che sottolineare la profonda interconnessione tra economia ed ecologia, ha risollevato l’attenzione su forme di sviluppo, non solo legate alle leggi di mercato, ma rispettose dei contesti ambientali e sociali.
Un modello di sviluppo sostenibile, appunto, dove nell'ambito delle dinamiche della produzione e del consumo si inserisca altresì il principio di solidarietà per salvaguardare e per migliorare la qualità dell'ambiente anche futura.
Una tale prospettiva impone la necessità di rivedere il rapporto tra finanza ed economia reale, tra imprese e territorio, tra cittadini-consumatori e scelte di consumo.
Prendono maggiore forza scelte che, se non sono in grado di essere generalizzate, servono però a indicare concretamente un’idea di sviluppo percepita da molti come positiva: pensiamo ai prodotti biologici, al commercio equo e solidale, ai prodotti a filiera corta, a forme di consumo responsabile e personalizzato.
In una tale prospettiva la crisi va colta come grande occasione di cambiamento e opportunità per affrontare questioni aperte da tempo.
Il senso della green economy, ad esempio, non deve esclusivamente essere inteso come insieme delle attività direttamente connesse alle questioni ambientali, ma si incrocia con la scommessa della qualità, con l’innovazione e la ricerca. E’ insomma una chiave per ragionare sul futuro della nostra economia attraverso tutti i settori: dall’agroalimentare alle ceramiche, dalla nautica al turismo e alla meccatronica, dai settori tradizionali a quelli più innovativi.
Quali sono le motivazioni che dovrebbero indurre un’impresa a fare scelte legate alla responsabilità sociale? Può lo sviluppo sostenibile essere un’opportunità per lo sviluppo aziendale? Può lo sviluppo sostenibile essere compatibile con la produttività ?
Il percorso per portare le imprese ad assumersi in prima persona la responsabilità di una crescita sostenibile è regolamentato da normative da rispettare, ma anche da un crescente repertorio di procedure che puntano a monitorare i comportamenti delle aziende (v. articolo del sole 24 ore “Il vantaggio per l’impresa”).
Tali procedure, in genere a carattere volontario, vanno a monitorare la responsabilità sociale dell’impresa nei confronti di clienti, dipendenti/collaboratori, fornitori e azionisti, comunità locale, e per questo non possono unicamente costituire uno strumento di immagine o comunicativo.
La responsabilità sociale deve coincidere con la mission aziendale ed essere coerente con i comportamenti operativi dell’impresa stessa.
Un approccio in linea con la normativa europea, che intende stimolare le imprese ad avere una gestione rispettosa dell’ambiente concependolo non solo come costo da sopportare, ma anche come mezzo per migliorare la propria immagine e la competitività.
Una gestione ecocompatibile da un lato può produrre maggiori spese, ma dall’altro garantisce moltissimi benefici di carattere economico, quali ad esempio:
Per approfondimenti: “Gestione delle problematiche ambientali all’interno dell’impresa”, di R. Giacomozzi.
Per quanto concerne il capitale umano, l’impresa che adotta i valori della responsabilità sociale crea un ambiente di lavoro più motivante, attirando il personale migliore con un tendenziale aumento dell’impegno e della produttività dei lavoratori.
Sul lungo periodo poi, le performances di impresa tendono a rafforzare la conoscenza e la capacità di innovare, la reputazione aziendale, la valorizzazione delle risorse umane e il loro coinvolgimento nella vita aziendale, la disponibilità a contribuire al benessere della comunità.
Tali elementi “intangibili” rappresentano le ricchezze aziendali che producono maggiore valore aggiunto perché inesauribili e che di conseguenza migliorano la competitività aziendale e le prospettive di sviluppo.
Il modello italiano di sviluppo sostenibile è inoltre sostenuto da quegli elementi di tutela dell’ambiente e di qualità che storicamente hanno determinato il successo del made in Italy.
Per il nostro paese investire sulla green economy non significa quindi creare un nuovo comparto, ma rilanciare i punti di forza del sistema produttivo nazionale, quali la vocazione manifatturiera, la creatività, la flessibilità, le specializzazioni produttive radicate nei territori.
Un processo che coinvolge molto da vicino anche le piccole e medie imprese, che sono in genere più naturalmente portate a investire nei rapporti con le comunità locali e a curare i rapporti con i consumatori e i dipendenti.
In una recente indagine condotta dalla Fondazione Symbola e Unioncameregreen economy, con una percentuale che sale nelle imprese che esportano (33,6%), che sono cresciute economicamente (41,2)%, che hanno elevato la qualità dei prodotti (44,3%).
Si tratta di tendenze che, al momento, riguardano una minoranza di aziende, ma che, se adeguatamente sostenute da politiche pubbliche, potrebbero anche assumere una dimensione di sistema.