Dal lavoro globalizzato al lavoro sostenibile



Chi è disoccupato, cerca lavoro o ha un’occupazione precaria ha normalmente ben altro a cui pensare, che non a cambiamenti climatici e alla biodiversità. Ma anche nelle istituzioni politiche e amministrative c’è chi considera questi temi alla stregua di un “lusso”, a cui si può pensare solo nei momenti di prosperità economica, quando altri problemi apparentemente più importanti siano già stati risolti.

Sostenibilità significa per l’economia una rinuncia a risorse naturali e a spazi da cementificare; nuovi costi per l’adeguamento della produzione a standard sociali ed ecologici; una riduzione dei consumi e quindi dei profitti: che interesse possono avere gli imprenditori ad uno sviluppo del genere?

Una buona parte della nostra società sembra mostrare un’unità inusuale, spesso inconsapevole, nel considerare l’ambiente come aspetto secondario, al massimo correttivo, delle scelte politiche, economiche o di stile di vita. Questo “movimento per lo sviluppo insostenibile” è talmente influente, da aver portato nel dicembre scorso allo storico fallimento della Conferenza mondiale sul clima di Copenhagen, annullando in pochi giorni anni di ricerche, appelli e discussioni.

Paradossalmente tutto questo succede proprio mentre i segni premonitori di un disastro ecologico globale senza precedenti stanno moltiplicandosi, aumentando di frequenza e d’intensità. Nei mesi scorsi l’affondamento della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico ha provocato la fuoriuscita di ben cinque milioni di barili di petrolio, mettendo in ginocchio la pesca e l’industria turistica della costa meridionale degli Stati Uniti.

Il 2010 sta ormai battendo ogni record come anno più caldo mai registrato. Persino in Russia le temperature sono rimaste per settimane al di sopra dei 40 gradi. Incendi di dimensioni apocalittiche hanno minacciato diversi depositi nucleari, mentre una densa cappa di fumo ha reso la metropoli di Mosca invivibile per giorni. Un Paese che fino a poche settimane prima vantava una delle produzioni cerealicole più floride al mondo, si è ritrovato in poco tempo con quasi un terzo dei raccolti completamente distrutto. Il primo ministro russo Vladimir Putin ha reagito emanando un divieto sulle esportazioni di grano, per garantire l’approvvigionamento interno. La mancanza del grano russo sui mercati mondiali crea un’impasse imprevista. I prezzi di prodotti cerealicoli, pane compreso, stanno aumentando ovunque, anche a causa delle speculazioni.

Mentre la Russia era sotto il fuoco, l’Europa centrale è stata colpita da nuove inondazioni. Le tempeste tropicali e le trombe d’aria, che questa estate hanno colpito la costa romagnola, sono nulla rispetto a quello che è successo in Pakistan, dove ben 20 milioni di persone hanno perso la propria casa.

I problemi ambientali stanno diventando la causa di sofferenze, di conflitti, d’emigrazione, di crisi economiche e sociali. Il vero pericolo per il nostro futuro rimane però l’enorme discrepanza fra il nostro modo di percepire e considerare l’ambiente da una parte e la realtà dei problemi ambientali dall’altra. È come se ognuno di noi fosse ogni giorno completamente preso dal funzionare e dal far funzionare una macchina estremamente complessa, che sta accelerando nella sua corsa contro il muro.

L’obiettivo fondamentale della sostenibilità è di evitare il muro, decelerando e cambiando direzione al più presto. La sostenibilità non è quindi un’opzione, ma una necessità, alla quale ognuno di noi farebbe bene a prestare molta più attenzione. Oggi le scelte economiche e professionali capaci di futuro sono spesso proprio quelle che vanno contro corrente.



Sostenibilità e occupazione

Il tema della sostenibilità ha per il mondo del lavoro una doppia valenza: quella negativa è basata su problemi che minacciano l’occupazione; quella positiva parte invece dalle possibilità che un cambiamento orientato alla sostenibilità aprirebbe per l’occupazione.

Partiamo dalla valenza negativa. Uno sfruttamento illimitato delle risorse naturali e la mancanza di una regolamentazione ecologica più adeguata dell’economia garantiscono solo temporaneamente posti di lavoro. A lungo termine questo tipo di sviluppo mette invece in pericolo l’occupazione di diversi settori. I motivi sono tre:

  1. questo sviluppo si basa su risorse non rinnovabili e quindi destinate ad esaurirsi nel tempo;
  2. esso compromette gli habitat in cui risiedono imprese, lavoratori e consumatori;
  3. gli Stati si trovano a dover spostare sempre più risorse (anche finanziarie) nel cercare di arginare i danni ambientali. Ciò contribuisce paradossalmente alla crescita del PIL, ma brucia capacità che potrebbero essere utilizzate per investimenti a lungo termine.

Buona parte degli esperti prevede un esaurimento delle risorse petrolifere mondiali entro la metà di questo secolo. Questa prospettiva non pone solo seri dubbi sulla centralità del trasporto stradale ed aereo nella nostra società, ma annuncia anche la fine prossima della globalizzazione, vale a dire di un processo che ha determinato profondamente l’andamento dell’occupazione negli ultimi due decenni.

Per le grandi imprese internazionali la globalizzazione ha sicuramente avuto grandi vantaggi, dando la possibilità di poter spostare la produzione là dove i costi sono più bassi (e spesso purtroppo anche gli standard ecologici e sociali). Ma i posti di lavoro che l’industria tessile europea ha creato in Bangladesh o in Marocco sono andati persi qui. Città della Ruhr come Duisburg e Dortmund, che fino a qualche decennio fa erano la locomotiva dell’industria tedesca, si stanno spopolando a causa degli alti tassi di disoccupazione: il carbone viene ormai estratto in Russia e l’acciaio viene prodotto in India.

Sotto il profilo sociale ed ecologico la globalizzazione è stata finora una grande operazione al ribasso. Chi in Europa vuole mantenere i posti di lavoro deve essere disposto a sminuire le proprie pretese ecologiche e salariali. Di fronte a questo ricatto le democrazie nazionali sembrano quasi impotenti – e una democrazia internazionale capace di regolare la globalizzazione ancora non esiste. Comunque sia la globalizzazione ha i giorni contati: la produzione centralizzata o all’estero rimarrà conveniente solo fino a quando il costo dei carburanti per il trasporto delle materie prime e dei prodotti rimarrà basso, cioè fino al cosiddetto “peak oil”. Il “peak oil” è il punto in cui la domanda mondiale di petrolio salirà irreversibilmente al di sopra dell’offerta, portando ad un aumento esponenziale dei prezzi del petrolio greggio, quindi dei carburanti, dei trasporti, ma anche della plastica e di molti prodotti chimici usati in agricoltura. Secondo alcuni esperti il “peak oil” è già stato raggiunto nel 2008-2009; altri esperti come Fatih Birol, capo economista dell'Agenzia internazionale dell’energia, indicano il 2020 come anno del possibile “peak oil”.

La domanda non è quindi se una ristrutturazione radicale dell’economia avverrà, perché essa avverrà comunque. La domanda è invece se saremo capaci di anticiparla con le nostre scelte, perché solo così i suoi costi rimarranno contenuti.

La valenza positiva della sostenibilità per l’occupazione è legata innanzitutto alla regionalizzazione dell’economia e al decentramento della produzione, dei servizi e dei consumi. Questa svolta è la conseguenza della nuova politica energetica, che la salvaguardia del clima e la ricerca di alternative a fonti di energia non rinnovabili (petrolio, carbone e uranio) rendono necessaria.

La produzione sostenibile d’energia è centrata sulle fonti rinnovabili (come il solare, l’eolico e la biomassa), che non permettono la costruzione di grandi centrali, ma possono essere sfruttate al meglio in modo decentrato (es. attraverso pannelli solari sui tetti delle case).

Lo sviluppo delle energie alternative sta creando sempre più posti di lavoro in Germania. Nel 2007 erano 250.000 gli occupati del settore.

Il solare o l’eolico non saranno però sufficienti a soddisfare la domanda attuale di energia, che dovrà quindi essere ridotta attraverso quattro misure:

  1. l’applicazione su larga scala di tecnologie più efficienti e
  2. di metodi di produzione meno intensivi e meccanizzati;
  3. la riduzione dei trasporti attraverso il decentramento dell’economia;
  4. la dematerializzazione della società, la rinuncia a consumi superflui, la fine della logica dell’“usa e getta”.

La prima misura crea nuovi posti di lavoro nella produzione e nei servizi corrispondenti.

La seconda misura comporta pure una maggior manodopera, ad esempio nell’artigianato. Una produzione agricola e industriale meno intensiva e più orientata alla richiesta diversificata della regione avrebbero pure conseguenze positive sul mercato del lavoro.

La quarta misura significa invece innanzitutto una perdita di lavoro, che potrebbe essere riassorbita in due modi:

Una limitazione, una decelerazione ed una dematerializzazione della produzione industriale dovrebbe comunque essere accompagnata da una ridistribuzione e ridefinizione del lavoro.

La riuscita di questo processo di trasformazione potrebbe da una parte mettere fine allo stress, piaga della società moderna, aprendo nuovi spazi nella vita di ognuno. Esso comporterebbe anche una rivalutazione degli aspetti qualitativi rispetto a quelli quantitativi nell’economia.

Il decentramento della produzione porterebbe ad un riavvicinamento di aziende più piccole al territorio, creando un rapporto di fiducia più stretto (e meno mediato dalla pubblicità) fra produttori e consumatori, promuovendo in questo modo la responsabilità sociale ed ecologica di entrambi.

I cambiamenti rivolti alla sostenibilità riguardano l’intera società – e non solo un settore fra gli altri. Allo stesso modo la loro realizzazione esige un impegno complessivo di ognuno di noi, come cittadini, come consumatori e ovviamente anche come imprenditori e lavoratori.


Davide Brocchi, Colonia, 2010
www.davidebrocchi.eu

Davide Brocchi (*1969, Rimini) vive in Germania, è sociologo e docente di Sostenibilità presso l’Istituto di comunicazione ambientale dell’Università di Lüneburg e presso ecosign – Accademia del design ecologico a Colonia.